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Piccolo grande Principe PDF Stampa E-mail
martedì 16 settembre 2008

Il Secolo XIX

di Giuliano Gnecco

 

«È UNA FAVOLA. MI È SEMBRATO DI NON ESSERE MAI ANDATO VIA»

 

GENOVA. C’era Roberto Pruzzo. C’era Pato Aguilera. C’era Tomas Skuhravy. C’era, e c’è, Diego Alberto Milito: il Principeha scalato in fretta la classifica degli attaccanti più amati nella storia del Genoa. Era già nella hit parade al tramonto della prima avventura in rossoblù, dopo il gol e la prestazione contro il Milan sale nelle zone roventi. «Dedico la rete a tutto il popolo genoano per l’accoglienza, l’affetto e il calore che ci ha riservato»: il plurale del Principe non è maiestatis, a dispetto del lignaggio; Milito è così: non ama i riflettori, non gli piace essere considerato una primadonna. Preferisce vivere nel gruppo: quando il pubblico lo invoca, prende per mano i compagni e li porta con lui sotto la Gradinata: è accaduto anche il giorno del ritorno a Pegli.

Lo fanno i grandi, che non hanno bisogno di tanti salamelecchi per essere consci della propria forza.
MILITO CUORE D’ORO. Perché è un ragazzo sincero che ancora si sa emozionare. Come il giorno che al “Signorini” ha rivisto il presidente Enrico Preziosi: spontaneo è scattato l’abbraccio, come se avesse ritrovato un padre. «Entrando in campo mi è quasi sembrato di non essermene mai andato confida il Principe Ho vissuto emozioni intense e fantastiche». Sentimenti forti, come quando Diegol usa un altro plurale: «Noi, la squadra, vogliamo in questo momento rivolgere un pensiero alla famiglia Spagnolo».

Lo dice senza ombra di volontà vendicative, ma è una dedica nei confronti di una famiglia che ha tanto sofferto, e che forse dalla vittoria sul Milan per ciò che significa troverà un briciolo di sollievo. È così il Principe: timido e introverso, ma che vive in funzione del gruppo e degli amici. C’è chi, già dal Milito 1, gira a Pegli con la maglietta dell’Argentina: sono i tifosi elevati al rango di amici, appunto. Quei pochi che sono andati a prenderlo all’aeroporto di Bergamo quando la settimana scorsa è sbarcato da Saragozza riportando a Genovaa casa, come la considera la sua famiglia: la moglie Sofia, il figlio Leandro. Genovese di Calabria, terra d’origine dei nonni che in Argentina cercarono quella fortuna che Diegol ha trovato nel Genoa, facendo a sua volta le fortune del Grifone. Milito è molto legato alla famiglia, al padre Jorge, alla madre Mirta e al fratello Gabriel: nel 2005 sognava di portarlo in rossoblù, è finita che l’ha raggiunto lui al Saragozza. Ma con Gaby passato al Barcellona, non c’era più motivo di restare in Aragona. Erano stati insieme anche nel settore giovanile del Quilmes, una piccola società dalla quale poi passarono al Racing. Lì Gabriel era considerato “quello buono”, e i rivali cittadini più ricchi dell’Independiente lo acquistarono: nei derby di Avellaneda erano scintille, ma poi di nuovo amici come prima.
«Diego è tornato più forte di prima», gongola Enrico Preziosi, avvalorando la battuta che circola fra i tifosi: «Abbiamo fatto bene a prestarlo tre anni al Saragozza, così si è fatto le ossa». Però Milito non si scompone: «È stata una partita ben giocata e ancora meglio preparata dal gruppo in settimana. Dobbiamo rimanere tranquilli e continuare a lavorare con serenità, anche se questa vittoria ci ha aiutato». Adesso il sogno è trovare un posto fisso in Nazionale, in tempo per il Mondiale sudafricano del 2010. Lui che è nato quando l’Argentina era campione del Mondo e ancora sotto il giogo della dittatura militare: era il 1979, e stava nascendo l’astro di Diego Armando Maradona, per il quale Milito riesce ancora ad emozionarsi.
Per ora il Principe alloggia ancora nell’albergo del ponente cittadino in cui la squadra va in ritiro. Ma il progetto è quello di riportare Sofia e Leandro ad Arenzano, dove la famiglia Milito si era trovata magnificamente nel corso della prima avventura genovese. È un ritorno al passato, che poi ha il sapore di un ritorno al futuro. Perché in questi tre anni sono cambiate molte cose, da Lumezzane e la sofferenza con la Salernitana fino al gol che ha mandato il Diavolo all’inferno, ma Diegol si è inserito subito come se il tempo non fosse passato:stesse giocate forse, se possibile, persino superiori di classe, stessi cori e slogan della Nord. Diverse le ambizioni della squadra. «È un campione - assicura Omar Milanetto - Ha portato entusiasmo, e questo fa bene. Ha qualità, fame di gol e voglia di fare bene. Nello spogliatoio è fra me e Juric: è al sicuro».
E anche Gian Piero Gasperini è felice: «Meno male che dicono non sia al meglio della condizione; già così è tanta roba. Sono soddisfatto già adesso, se davvero può crescere tanto meglio. Ci ha portato grande qualità, e non ha mai perso palla malamente ».
Tutti affetti da Militomania, un morbo dal quale non si guarisce. Chiedere ai tifosi, che quando Diegol è emigrato in Spagna si sono infuriati come amanti traditi, ma sotto sotto si sono messi a seguire la Liga, e ogni gol del Principe era un misto di gioia e malinconia. Adesso è finita la stagione dei rimpianti, perché il Genoa è tornato ad essere Militico. La favola del Piccolo Principe ha avuto il suo lieto fine. O forse no, forse è solo l’inizio di una nuova favola. Più ricca di gloria e soddisfazioni di quella vecchia.


 

 
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